FILOLOGO DEL WEB: M’AGGIO ACCATTATO NU PARO ‘E RECCHINE

Continua il mio lavoro di filologo del web… ora vi presento una canzone del secondo dopoguerra napoletano. La vecchia domestica di mia nonna, che era stata ragazzina in quegli anni (parliamo del 1943/1945), la canticchiava spesso. Era una vecchia signorina, diciamo una zitella, che non aveva mai conosciuto (in senso biblico) uomo… e giocare sull’argomento la faceva terribilmente ridere. Maria, si chiamava, Maria Baldo. Le ho voluto un bene enorme, è mancata 11 anni fa… Dio benedica la sua anima!

Canzone popolare napoletana del secondo dopoguerra

M’aggio accattato ‘nu paro ‘e recchine
l’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapenno ca t’ ‘a faie cu ‘e marrucchine
chilli ricchine ‘ ‘e ttengo pe’ me
M’aggio accattato ‘nu paro ‘e calosce
L’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapenno ca faje mmiez’ e’ cosce
chelli calosce m’ ‘e ttengo pe’ me
M’aggio accattato ‘o profumo francese
l’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapendo ca t’ ‘a faje cu ‘e zelandese
chillo profumo m’ ‘o ttengo pe’ me

M’aggio accattato brillante e zaffire
l’aggio accattati apposta per te
ma po’ sapendo ca t’ ‘a faje cu ‘e nire
chilli zaffire m’ ‘e ttengo pe’ me

M’aggio accattato ‘nu paro ‘e casette
l’aggio accattato apposta pe’ te
ma po’ sapenno ca fai int’ ‘a camionetta
chelli cazette m’ ‘e ttengo pe’ me.

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La Circe di Julia Augusta Webster

Continua il mio lavoro di trascrizione di brani rari e preziosi… credo che nessuno abbia mai pubblicato questa poesia online in lingua italiana.

Forse mi sbaglio… Forse sono solo un illuso a sperare che qualcuno lo leggerà e troverà utile questa pagina…

Ma io ci provo. Come scrisse Tiziano Sclavi “Non so se c’è un futuro, ma volando io lo sfido!”
Julia Augusta Webster
Circe

Il sole si tutta nel tramonto incandescente;
l’oscurità ha teso le sue braccia per tirarlo giù
anzitempo, senza aspettarlo come è solita fare
pazientemente, al di là del mare;
le onde lisce incupiscono nel buio
e minacciosa indossa una purpurea veste; via via
la distesa delle acque ondeggia, e pare alzarsi
convessa dal suo livello in costa;
e sordo un brontolio di tuono serpeggia sulla riva:
ci sarà infine un uragano, splendido uragano!
E benvenuto sia, questo uragano, mi squarci i pergolati,
disperda come polvere le mie rose fiorite,
schianti stridendo i rami, rovesci a terra
le vigne rigogliose coi loro acini acerbi tinti di fresco,
piccole ametiste tondeggianti, berilli inanellati
in tumultuosi grappoli; sazi pure il suo avido
rancore fra i miei pini più belli,
quelli che là tondeggiano immoti contro il cielo
che forma laghi blu fra i ciuffi tetri;
dai miei pendii di argentei ulivi saccheggi pure
un di quei re canuti, con quei suoi arti fantastici e nodosi
che indossano selvatiche armature di mille anni antiche;
scagli pure alta sulle mie coste in fiore
la sua onda nemica, a lacerarsi sulla povera zolla,
a trascinarla giù per i pendii, a turbinare la sua schiuma
sulle mie terrazze, a squassare i loro blocchi massicci
di marmo rilucenti in ammassi rovesciati a far
palude salmastra dei miei muscosi ed intricati labirinti,
dove fiorellini odorosi sbocciano come stelle
sparse a tappeto sulla via lattea.
Che importa? Venga, venga pure a portarmi un mutamento,
qualcosa che spezzi questa monotonia dolce alla nausea.
Mi estenua questa lunga calma luminosa.
Sempre lo stesso cielo blu, sempre il mare
lo stesso blu perfetta immagine del cielo,
una rosa incontrerà quell’altra che è svanita,
l’aurora di domani gemellerà quella di ieri;
e ogni notte grilli incessanti, a cantare
la stessa prolungata gioia e tarde nenie di uccelli
a ripetere la loro nenia per tutto il mese uguale.
Piccole creste sciabordanti, con ritmo costante,
rigurgitano il loro carico a cantilena fra gli scogli;
ogni crepuscolo porta la stessa languida trance
sulle colline ombrose, e per i campi
le ondate di lucciole fanno lo stesso andirivieni,
rendendo quei lampi di luce e quel trambusto
un fastidio, come scorrere di spola nel telaio.
Datemi un mutamento. Deve per forza essere la vita
tutto dolce mieloso, pappa di neonato?
E se il mio cuore è destinato a vivere sopito
in un silenzio di assolata stagnazione, datemi allora
qualcosa da fuori, che mi sconvolga; lasciate che
l’uragano strazi questa bellezza indolente, lasciate che
cada abbattuta ai piedi di appassionate raffiche
e poi, domani, si risvegli esultante
a nuova vita; lasciate che io veda, almeno, gioia sottile
di angosce ed illusioni, di mutamento e di sviluppo.
Che destino è questo mio? In remota distanza da pene
e paure e tumulti dell’ostico mondo
io vivo, come un dio solitario, in un’isola incantata
dove sono la prima e l’unica; e visto che son tale
da preferire velenose spezie all’idromele,
desidero tempesta, sono stanca di quiete,
di questa divina assenza di pensieri e cure!
Povera me, che sono donna, non un dio;
sì, è così, persino queste ninfe che mi assistono
lo sono più di me, con le loro anime di fiore e di uccello
che cantano e fioriscono immortali.
Povera me! Costoro amano un giorno e poi ridono ancora,
e amando e ridendo trovano appagamento;
ma io di quella pace nulla so, e non ho amato mai.
Dov’è il mio amore? Qualcuno mi reclama
senza sapere chi chiama? La sua anima brama
che la mia gli cresca accanto, che gli cresca dentro?
Implora costui gli dei di fargli avere me,
l’unica, la rara, sconosciuta donna al cui fianco
nessuna altra donna, pur tre volte bella,
potrebbe mai parergli tanto degna; della cui voce, sentita
modulare pur ordinari toni, nessun suono
gli farebbe musica migliore: non il più dolce
sono d’amore intonato su argentei liuti,
non canto d’Apollo, di quelli che gli dei
impallidire fanno di piacere. Una che, se
l’avrà trovata, toglierà senso al suo cercare.
Oh amore, amore, amore, ancora non sei
uscito dall’ombra dell’attesa fuori alla vita?
Ancora non arrivi, dopo così lunghi anni
che per te sospiro? Vieni! io sono qui.
Ancora no, non ancora. Sentirei per certo almeno
un’eco della sua risposta lontana, se adesso al mondo
mi stese cercando, lui che mi cercherà – oh dei,
non mi cercherà? Un sogno è tutto questo?
Saranno sempre e solo bestie, questi bestiali ceffi
che mi guazzano nel porcile, deformano i loro
grugni fra le piante, o stanno in stalle e chiusi
a sgranocchiare, sgraffignare, grugnire dietro i cannicci;
‘sti cosi, chi crederebbe mai che fossero prima umani?
Ma no, lui arriverà. Perché mai son così bella
e di mente così fine, dotata di uno sguardo
che illumina d’un lampo le cose più nascoste,
come vedono gli dei, anche senza guardare?
Perché i miei occhi indossano potere più potente
del basilisco, il cui sguardo uccidere può solo,
per attirarmi anime di uomini, a vivere o a morire
secondo il mio volere? Perché ho un tale orgoglio
in dote, che tuttavia vuol essere spezzato?
E questo sprezzo, crudele e risentito, per i maschi
inferiori, che incrociano i sorrisi miei, sprecati
in sua mancanza, e se ne illudono pure? Perché son io
quella che sono? Certo per lui, che un giorno il fato
manderà per esser totalmente mio signore, per prendere me,
il desiderio di tutti, che solo lui potrebbe
mai costringere a inchinarsi.
Oh splendore solare di biondi capelli luminosi,
chiari come le trame impalpabili delle dorate stoffe
per me tessute; oh profondi occhi,
più scuri e vellutati del più crepuscolare blu
dei petali di viola d’agosto, scuri e profondi come
il cristallo insondabile dei laghi nei meriggi estivi;
oh sorriso dolce e triste di desiderio colmo; oh labbra
che tentano il mio più vero io al bacio; oh dolce curva
delle gote, tenere e radiose del pallido rossore
di corallo levigato; viso di amabilità perfetta,
che ricambi il mio sguardo da questo specchio d’acqua pura;
meraviglia di spalle lisce, di braccia e gambe cesellate;
sarebbe forse giusto che io ti amassi così come ti amo,
e godessi di una raffinata gioia nel guardarti
in tutti e cento i mutamenti dell’andar del giorno,
non fosse che io ti amo per lui, in attesa del suo arrivo,
non fosse che la mia bellezza soltanto nel suo amore trova senso?
Oh guarda! una macchia su questo lato del sole,
si avvicina – sì, si avvicina con il montare del vento,
il vento che sfilaccia gli orli ai foschi ammassi nuvolosi,
e fra poco verrà fuori di un balzo, a inzaccherare
il cielo di oscurità incalzante, a infrangere contro
gli astri montagne d’onde sibilanti.
Mi porterà, quella macchiolina scura, un rottame orripilante
intrappolato nelle onde, sbattuto, scagliato impotente
di cresta in cresta, lo porterà di notte
con quel frastuono dissonante sulla spiaggia
con le grida d’aiuto, le grida di paura e speranza.
E poi, l’indomani, tutti pensierosi
con voci gravi e solenni, a fare la lista dei pericoli corsi,
a ringraziare gli dei di averli tenuti in vita
a raccontare di mogli e madri rimaste nelle case,
e figli, che avrebbero così grave perdita
da portarli al pianto (e forse piangerò anch’io)
pensando a tutti i pianti se mai fossero morti.
E il giorno seguente ancora si sentiranno a loro agio,
saran tutti melliflui sospiri di contento, o risa euforiche,
nell’assaporare le delizie di baldoria e di riposo,
musiche e profumi, giubilo per gli occhi
di rosei volti e sfarzi sontuosi,
l’aroma del banchetto e i caldi bagliori
fragranti della coppa di vino; converseranno
di come bello sia trovar riparo fra mura di palazzi
via da tempeste e lotte, e di qual fortuna
depose la loro buona nave sulla nostra costa dirupata.
Poi, il giorno seguente, si sveglieranno in loro le bestie,
chi farà a botte e battibecchi, chi si gonfierà
di boria tronfia, chi beffardo e gigione
si esibirà in dispetti da scimmione, chi si riempirà la manica
di rubacchiati botti, chi sgraffignerà rubini
dai castoni dei calici quando passan vicini;
chi darà di matto riscaldato dal vino,
chi inebetirà nell’indolenza,
chi sarà infoiato, chi goloso;
mi prenderà il disgusto, mi faranno tutti schifo.
Oh la mia coppa preziosa! La mia coppa cristallina e pura,
senza minima ombra di colore ad alterare
l’ingresso della luce, né pecca alcuna a deviarne il corso!
La mia coppa della Verità! Come rideranno quegli idioti
senza speranza, e mi ringrazieranno del favore, come gli donassi
uno sprazzo istantaneo della gioia divina,
bere dove io ho bevuto e toccare con le labbra loro
il toco delle mie! Ma sì, lasciamoli toccare.
E sarei troppo crudele? Le stupide bestie
che intorno a me si ammassano come gli passo accanto
mi guardano in cagnesco e, certo ancora amandomi
(con quel misero amore di cui sono capaci),
concentrano nei loro umidi occhi rancore e vendetta
per spaventarmi e ottenere clemenza, o mi strisciano
accanto con moine penose, con supplichevoli belati.
Troppo crudele? Ho scelto forse io che fossero quel che sono?
Li ho estraniati io da se stessi con velenosi incanti?
No: ogni sorso dalla mia coppa, fosse acqua pura
o vino genuino, li rivelava a se stessi
e gli uni agli altri. Mutamento? nessun mutamento;
solo un dileguarsi del travestimento, improvviso:
e ci fosse stato un solo uomo vero fra di loro
avrebbe bevuto il sorso come l’ho bevuto io
e sarebbe rimasto lì piantato, illeso, a fissarmi
dritto negli occhi, mandando me in confusione al suo cospetto.
Ma questi così – perché? chi fra loro ha mostrato mai
natura meno miserabile e bestiale? Puah, lupi uggiolanti
e gatti selvatici, spietati e furtivi, cani bastardi e scimmioni,
suini ingordi e striscianti serpi velenose,
tutti esseri bruti, infidi e rapaci e carnali,
vergogna della Terra che li ha partoriti: ecco cosa sono.
Guarda! guarda quel brivido azzurro che saetta
per la metà del cielo, e le sottili forche di fuoco
che colpiscono il mare: e ascolta, la voce improvvisa
che corre fra le piante prima dell’uragano,
e il fremito dei rami. Eppure intorno a loro
il cielo ancora blu si staglia, e le prime stelle
scintillano sopra le cime dei pini; e l’aria qui d’intorno
mi avvolge in una stretta languida e ferma.
Un altro scoppio di fiamma – e la macchia nera
appare nel bagliore, sferzata in avanti. Meglio
che faccia preparare per i nostri ospiti stanotte.

 

 

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Storia di un filologo ai tempi della crisi … Credevo di averlo già postato …

Ho deciso di pubblicare brani rari e belli che non si trovano facilmente sul web. Così saranno a disposizione di chi ama le belle storie.

Il mio giudizio è insindacabile 🙂

iniziamo con GIOVANNI ARPINO – L’ULTIMO ANGELO

Era l’ora della sigaretta. Poteva concedersene, a norma di regolamento, solo due al giorno, ma Tom era ormai un vecchio pilota, la sua ubbidienza alle regole aveva aggiunto il giusto limite di scontrosità. Inoltre, dopo la solita colazione a base di arrosto d’alghe, come non fumare almeno un paio di oneste “Gauloises” l’una in fila all’altra, quelle vere, contrabbandate, non la paglia fornita dal governo?
Accese, distendendosi in pace contro lo schienale imbottito del posto-comandi. Era abituato al silenzio, non ricordava neppur più i tempi in cui aveva superato lo choc che provoca l’assoluta assenza di rumori nel vuoto celeste. Anzi, il silenzio lo aiutava a pensare al cane, al fucile, alla palude, alla ragazza dell’autunno prossimo, quando in vacanza avrebbe potuto camminare, annusare, dormire senza pillole, masticar carne
autentica. Cane, fucile, ragazza, palude: niente da dire su quanto il governo riservava ai suoi piloti spaziali durante il periodo di riposo…

La luce che gli scoppiò negli occhi, improvvisa, per poco non gli fece bruciare le dita che sostenevano la sigaretta. Era un punto luminoso appena percettibile, però drittissimo davanti a lui nel monotono nero dei cieli.
Sembrava immobile, ma Tom sapeva che anche lui poteva risultare immobile alla fonte di quella luce, semmai essa lo stesse osservando…
Bestemmiò tra i denti, più di sorpresa che di paura. Era al suo settecentocinquantatreesimo viaggio, ormai un lupo, un anziano del reggimento delle guardie spaziali. Il suo lavoro consisteva in un centinaio di orbite da compiere lungo un settore al limite della galassia: “Siamo più che altro degli spazzini che vanno su e giù e neppure raccattano un bidone” s’era detto spesso, ed ecco che qualcosa si faceva vivo davanti a lui, per ora un punto di luce, ma tra poco, forse…

Settecentocinquantatré viaggi, quasi un record per una guardia spaziale: un
migliaio di altri suoi colleghi, con un migliaio di altri veicoli come il suo, da dieci anni pattugliavano ai limiti della galassia, e i loro diari di bordo, tutt’insieme, non contenevano una notizia degna del più stupido giornale di provincia. E adesso, a lui, proprio a lui, Tom Twain, quella luce davanti.
Staccò la guida automatica e si tenne pronto a compiere una leggera deviazione. O avrebbe fatto meglio a oscillare? A fermarsi? Sentì comunque che, mutando anche di pochissimo la rotta, avrebbe costretto quel “qualcosa” a inventare anche lui una mossa.
«Non fare il cretino, Tom» gli disse seccamente negli orecchi la voce del capitano Ivan Ilic dalla piattaforma spaziale sublunare.
« Non faccio il cretino. Mi chiamo Tom Twain, il mio veicolo porta il numero 2209/S, sono alla tredicesima orbita di questo pattugliamento e mentre tutti voi ve la spassate a due passi dalla base lunare, ho qui davanti una luce. Che faccio?»

Per un lunghissimo secondo sentì soltanto il lieve crepitio dell’apparecchio ricevente che gli ronzava nel cranio. Poi la voce del capitano, annoiata. « Senti, Twain, sei sicuro che non sia una “quasar”? Sai, uno di quegli oggetti luminosissimi, ma enormemente distanti, che si trovano negli spazi intergalattici?»
« Giuro di no s’arrabbiò subito Tom. Si muove, mi viene incontro. E poi l’apparecchio per gli ultravioletti non l’ha ancora segnalata, come fa sempre con le “quasars”. Che faccio, capitano?»
« Hai captato radio-onde? Sai che le “quasars”…»
« Le dico di no, capitano Ilic. Niente radio-onde. Lo so anch’io che le “quasars” si rivelano così.»
« Senti, Twain, se vuoi scherzare…»
« Macché scherzo! Lo interruppe furioso Tom. Adesso la luce si è molto avvicinata. Senta, capitano, io direi di deviare di due gradi, almeno per capire se sono stato avvistato. D’accordo?» « Dico, Tom… Ah, certo, generale. Aspetta, Tom, ti passo il generale Custer…»

Ma qui il crepitio della radio cessò. Perduto il contatto, Tom quasi ebbe un respiro di sollievo. Non si fidava affatto di quei professorucoli a due metri dalla luna, capacissimi di pescarti un buon whisky di contrabbando durante le loro maledette ispezioni, ma del tutto inutili in situazioni di emergenza.
Deviò piegando appena e raddrizzandosi quando vide apparire nell’angolo dell’occhio le tracce luminose della sua scia. Subito anche la luce davanti piegò, riprendendo poi posizione, dritta di fronte al suo naso. Come se la manovra che ho fatto me la fossi vista riflessa in uno specchio, pensò Tom Twain: e allora dato che lo specchio non c’è, quel qualcosa esiste, mi ha avvistato, è deciso a coordinarsi secondo quel che faccio io, e più o meno ci si troverà a due passi, tra poco.

Il lieve sudore che gli colava sulle palpebre non poteva essere più fastidioso. Tra un minuto al massimo saremo muso a muso, riuscì a connettere Tom: e allora?
Senza accorgersene, provò a scuotere l’apparecchio radio. Inservibile davvero. Chissà quel generale Custer alla piattaforma spaziale…
E Tom Twain immaginò lo stato di pre-allarme, l’ordine di tenersi pronti impartito ai piloti dei grandi missili-protettori, che avrebbero potuto raggiungerlo in brevissimo tempo. Ma tutto questo gli si appannava nel cervello come ghirigori insignificanti, la sua attenzione era ormai concentrata sul punto luminoso che ingrandiva, sfumando nei contorni. Una
palla di gas, ecco cosa sembrava, e procedeva silenziosa, a fatica forzando il nero compatto dei cieli, via via rendendo più solido il suo bagliore.

Basta, s’accasciò di colpo Tom, arrestando il motore, e lì fermo, con due grosse lacrime di sudore che gli scendevano lungo il naso, rimase a guardare.
Anche quella luce parve improvvisamente arrestarsi, oscillò, ora il suo fuoco gassoso roteava su se stesso, come punta impegnata a trapanare il buio. Poi riprese la corsa. Tom si asciugò con rabbia la fronte e le palpebre, sentendosi prigioniero del calore che gli ribolliva dentro la tuta. Gli stracci di pensieri che gli ingolfavano il cranio non potevano essergli di aiuto.
Con uno sforzo enorme di concentrazione, riuscì a trarre un lungo respiro e insieme ad alleggerirsi d’ogni inutile congettura. Si lasciò andare contro il sedile, in attesa.
« Sono Michele.» disse la voce, sillabando. Una carezza di voce, ma che gli
si rigirò nel sangue aumentandone il calore fino a renderlo insopportabile.
«Michele. Michele che ti sta parlando.» ripeté la voce.
Veniva da dentro di lui, dal suo stesso corpo, scendendogli dal cervello, eppure suonava alta, chiara, esterna, come se lui e quell’altro stessero pacificamente parlando, soli, su una spiaggia deserta.

« Rispondi a me che ti chiamo. Rispondi a Michele » accarezzò ancora la voce. Sembrava ridesse, tant’era lieta, precisa, concretamente vicina e di conforto. Ma invano Tom Twain cercò di schiudere le labbra disseccate.
« Così come mi vedi, ti sono amico. Sono incapace di male. Dimmi il tuo nome invitò la voce. « Non sono onnisciente. Posso parlarti, farmi udire da te, ma non posso sapere chi sei. Dimmi se sei uomo o altra specie. »
« Uomo. Sì.» Tom Twain sillabò finalmente tra i denti: « il mio nome. Tom Twain. E già: sono un uomo.»
« Dio sia ringraziato e possa accoglierti in gloria. Io sono Michele, uno dei suoi arcangeli. Non credevo più di riuscire in questa impresa, e incontrare l’uomo. Da migliaia di anni giro i cieli, e oggi ho raggiunto questa gioia » rise la voce apertamente e il colore di quella luce davanti al muso del suo veicolo parve a Tom accendersi ancora di più.
Devo parlare con la base, devo parlare col capitano, col generale, devono togliermi subito di qui, si perdeva Tom in mille convulsioni mentali.

Ma: « Non fare così» disse la voce: « Tu hai paura. T’ho avvertito, sono incapace di male. Perché hai paura? Se sei un uomo, non devi temere Michele.»
Poi non parlò più, rise. Una vera risata, dolce, tranquilla, felice, che scese nel cervello di Tom con la pressione leggera d’un massaggio, al quale Tom soggiacque per poi riuscirne più teso e raggrinzito di prima.
«Sì, sento che hai paura. Ma sei solo, non puoi comunicare coi tuoi, gli strumenti della tua macchina non funzionano più. Colpa mia. La mia luce è troppo potente, se ti sto vicino i tuoi comandi non ti obbediscono. Puoi provare.»
Meccanicamente Tom schiacciò qualche pulsante, che cedette invano sotto le dita.
« Vedi? Ora possiamo, noi due…»
« Via, via» urlò Tom di colpo, preso alla gola dal terrore: « Via o ti ammazzo. Giuro che t’ammazzo!»
Il riso della voce si spense in un leggero sospiro.
« Sei proprio un uomo, povero Tom Twain. rispose infine: « Non sai dire altro. Calmati, invece. Vuoi vedermi? Vuoi che ti dimostri il mio amore con una vera presenza? Io sono fatto di luce, ma se lo desideri posso assumere una forma, per aiutarti a capire…»
« No, no!» urlò Tom coprendosi gli occhi: « Va’ fuori dei piedi, va’ via.
Non voglio vedere niente!»
La voce non rispose subito. Quando Tom osò scoprirsi gli occhi, vide che il globo luminoso davanti a lui appariva ancora fermo, ma come rimpicciolito, senza più i vaghi contorni gassosi di prima. Il buio celeste gli si era addensato attorno, pesante, quasi tentasse di limitare la sua sfera di luce.

« Mi fai male.» disse allora la voce: « Vedi che mi fai perdere le forze?
Se seguiti a parlarmi in quel modo, sarò costretto ad allontanarmi. Ti prego, non rispondere subito, ascoltami: è da tanto che ti cerco, che desidero parlarti. T’ho invocato e inseguito per troppo tempo. Sono uno degli ultimi angeli che il Creatore invia ancora nei cieli. Le nostre
imprese, i nostri viaggi, stanno per terminare. Sii buono, non respingermi.
Se anch’io fallisco, non viaggerò più, e resterò con gli altri angeli nel Regno, in gloria di Dio, sì, ma senza di voi, che avreste dovuto essere i nostri fratelli…»
Tom guardava, ascoltava, ma con le ultime forze cercava disperatamente di raggiungere al fondo di una tasca le pillole energetiche.
Sentiva tra le dita il tubetto, ma non riusciva ancora a stringerlo. Sì. la pillola era quello che gli ci voleva, una scarica d’ottimismo capace di farlo uscire da quell’allucinazione o di dargli la forza per sbatter via quel coso.
Tendendo i nervi, riuscì finalmente a stringere nel palmo guantato il tubetto e tirarlo fuori. Ora non gli restava che aprirlo e inghiottire, ma la luce davanti a lui sembrava avesse la forza di rallentare ogni suo movimento, di annebbiargli ogni spinta interna.
Mi chiamo Tom Twain, il mio veicolo ha il numero 2209/S, questa è la tredicesima orbita del mio settecentocinquantatreesimo viaggio di pattugliamento interplanetario…, cercò di ripetersi nella mente, una parola dopo l’altra, per riacquistare padronanza nervosa: fa’ solo che
inghiotta questa pillola, Michele, o coso che tu sia, e ti faccio vedere…

« Non sei gentile.» riprese la voce, ma come fatta più stanca: « Perché non parli? Dovresti essere felice di incontrare il tuo angelo. Potrei essere un buon Custode per te. Perché non mi parli della tua vita, dei tuoi mali, della tua famiglia? Abbiamo tanto tempo…»
« Non ho famiglia, ma che roba dici» sghignazzò Tom svitando il tubetto: « Per chi mi hai preso? per un miliardario?»
« Come?» interrogò la voce.
« Ma piantala» riuscì furiosamente a esprimersi Tom Twain: « Dovresti saperlo, se dici di essere quel che sei. Famiglia! Roba che per averla bisogna essere straricchi da tre generazioni. Sì, sì, ce ne sono ancora, ma vuoi mettere che lusso? Oggigiorno, grazie al cielo se nasci con la
fiala…»
« Ma tu bestemmi!» s’accorò la voce, dolorosa. « Tu, uomo, tu Tom Twain, che hai vinto i mostri, il fuoco, il gelo degli spazi, dei pianeti, tu vuoi prenderti gioco di me, angelo del Creatore…»
« Senti, Michele o che diavolo sei» reagì Tom: «Hai visto cosa ho fatto adesso? Ho inghiottito un energetico, un affare che farebbe ridere anche un pollo infilato allo spiedo… Dammi retta, fila via, non fidarti della mia pazienza…»

« Dio di misericordia, aiutami» implorò la voce: « E tu, Tom Twain, sii buono. Hai tante cose da spiegarmi. Nessuno sa più niente di voi uomini.
Perché avete voluto essere abbandonati? E perché non vuoi vedermi? Se mi vedessi…»
« Se ti muovi, sparo. Giuro che sparo» urlò Tom, ma con una freddezza nuova: « Non voglio vedere il tuo muso, l’hai capito? Me ne frego di te, che tu sia Michele di nome o Balordo di cognome! Togliti di mezzo…»
« Non ti capisco» lamentò la voce: « Perché non mi ami? Dovresti potermi amare…»
« Ci sarà stato uno sbaglio nel motore» rise Tom, elettrico, già godendo dei benefici dell’energetico.
« Devo essere anche sfortunato. Non posso credere che gli uomini siano tutti come te» sospirò la voce.
« Senti, io sono dei meglio. Nessun debito, mai una grana, la mia strada e basta. Un altro al posto mio ti avrebbe già messo due missili in pancia.
Sempre stato un fesso, io. Ma ora: fila!» fu la risposta.
« Va bene, Tom Twain, sia fatta la tua volontà. Però io posso dimostrarmi in altro modo, se ancora lo desideri. Tu chiedi, tu pretendi: ti offrirò il miracolo. E allora… »

« Il miracolo sarebbe che sparissi da lì davanti. Oppure: farmi avere l’età di un aspirante-pilota e la pensione di un generale. Ti va?»
« Ah, Tom, sei troppo mortale» pianse la voce, incrinandosi tra ogni sillaba come quella di un bambino: « Io non ti so parlare, non so esprimermi, non so vincerti. Che Iddio possa perdonarmi, è mia la colpa… »
« E adesso cosa ti piglia? Piangi? » stupì Tom: « Bravo. Veder piangere m’ha sempre divertito. E poi basta: abbiamo sprecato troppo tempo.»
« Addio, Tom, se è questo che desideri» disse la voce in un soffio: « Vado. Però non posso lasciarti senza una benedizione. Accettala. Ora guarda e ricorda! »
Il globo luminoso parve accendersi ancora di più, riacquistando i suoi vaghi contorni. Fu un attimo: perché appena l’immensa mano azzurrina trasparente apparve in morbido cenno di saluto e d’affetto come chioma d’albero infinito spinto a scalare e toccare gli spazi neri del cielo,
Tom Twain urlando pazzo di rabbia e terrore schiacciò il doppio pulsante dei missili.

Il veicolo ebbe un sobbalzo violentissimo, il globo luminoso fu di colpo lontano, ben più avanti delle misere scie lumacose dei proiettili che cercavano d’inseguirlo.
In un batter di ciglia risultò inghiottito dal buio.
Ora non riusciva più a frenare lo stridore dei denti, a vincere l’onda di gelo che gli invadeva le vene, gli intestini. Ora era l’altra faccia della paura a mostrarsi, e nel silenzio troppo vasto Tom Twain sentì contro il palato la lingua diventata secca come un sughero.
« Idiota… Pezzo d’idiota…» strepitava forsennata la voce del capitano Ivan Ilic nell’apparecchio radio: « Contro chi hai scaricato i missili? Lo sai quanto costano? Sotto processo ti mando, ti farò marcire in galera…
Rispondi, imbecille… Twain, ti faccio abbattere se non rispondi…»
Ma Tom Twain non poteva rispondere. Piangeva. Con la fronte sul quadro dei comandi, non osando più guardare, muoversi, le vene gelate come di pietra, non riuscendo ad aggrapparsi a un pensiero costruito e comune, singhiozzava a bocca aperta il suo lamento d’animale, comprimendosi lo stomaco, in pena e dannazione eterne.

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Mancano 35 giorni al Natale… e Di Giacomo fa compagnia

Mancano 35 giorni al Natale e Di Giacomo ci fa compagnia.

Questa poesia era amatissima da mio nonno Giovanni Russo, che fu medico da giovane e uomo innamorato della vita fino al suo ultimo sospiro.

Nuttata ‘e Natale

I

Dint’ ‘a na grotta scura

dormeno ‘e zampugnare:

dormeno, appese a ‘e mura,

e ronfeno, ‘e zampogne

quase abbuffate ancora

‘a ll’ùrdema nuvena;

e ghianca, accumparesce e saglie ‘ncielo,

dint ‘a chiara nuttata,

‘a luna chiena.

Dormeno: a mezanotte

cchiù de n’ora ce manca;

e se sparano botte,

s’appicciano bengala,

e se canta e se sona

pe tutto ‘ o vicenato…

Ma ‘o Bammeniello nun è nato ancora,

e nun s’è apierto ancora ‘o Viscuvato.

Fora, doppo magnato,

esce nfucata ‘a gente:

ccà d’ ‘o viento gelato,

p’ ‘e fierre d’ ‘a cancella,

trase ‘a furia ogne tanto…

E c’ ‘o viento, e c’ ‘o friddo,

ncopp’ ‘a paglia pugnente, a ppare a ppare,

dormeno, stracque e strutte, ‘e zampugnare…

II

S’ è scetata mpunt’ ‘e quatto

na zampogna, e sta parlanno.

– Bene mio! – dice – è n’ at’ anno

ca turnammo a beni’ ccà!

E turnammo, n’ata vota,

a fa’ ‘o solito lamiento:

viene, vaie, nun trouve abbiento,

sona ccà; va a  sunà llà!

E che suone? Ullèro, ullèro!

è nasciuto il Re del Cielo

che nel candido suo velo

sulla terra calerà!

Maie d’ammore na canzona,

maie, maie n’ aria o allera o doce!

‘E na femmena na voce

mai putimmo accumpagnà!

Mme credite? Sto speruta

‘e sentì n’ aria curtese,

e chest’aria d’ ‘o pagghiese

cu stu suono accumpagnà! –

III

E rispunnette n’ata zampogna:

– Cummà, sentite, ve voglio di’

ca senza offesa, si premmettete

st’aria curtese m’ ‘allicordo i’.

E’ anticulella, ma nun fa niente,

ca se pò sempre bona cantà:

po’ addò sta scritto ca brutto è ‘o bbiecchio?

Nun cagna ammore: nun pò cagnà.

E comm’ a chesta quant’ ate e quante

me n’ allicordo belle accusì!

Certi canzone cu cierti stese

fatte p’ ‘e core fa’ ntenerì!…

IV

– Embè… sunatene quaccuna… – E comme?

Si nun m’abbuffano che buo’ sunà!?

– Zi’! St’amicizia surtato ‘o viento,

si ‘o viento è amabbele, mo ce pò fa’…

– Viento! – dicettero tutte ‘e zampogne –

nficchete, mpizzete, fance abbuffà!

Fance chest’urdema nuttata, stanno,

cuntenta, a Nnapule bella, passà… -.

V

E tecchete trasette p’ ‘e cancelle

nu sbruffo ‘e viento e ll’ abbuffaie, scuscianno

dint’ ‘e zampogne e mpont’ ‘e ciaramelle.

E ‘a grotta se scetaie: liggiero e lento

ne mutivo ‘e canzone ‘e primmavera

accuminciaie cu n’ accumpagnamento

a terza sotto. ‘A luna, aiuta ca steva

e cammenanno, se fermaie: chiù tonna

‘e nu mellone e cchiù ghianca d’ ‘a neva.

Guardatele, guardatele… Sentenno

sta museca, sunà, doce, ‘int’ ‘o scuro,

se torceno ‘e cchiù giuvene, durmenno.

Se voteno, se girano, c’ ‘a faccia

ncopp’ ‘e mantielle, e comm’ ‘int’ a nu suonno,

muoveno ‘e mmane e stenneno li braccia…

Ronfeno ‘e viecchie: sprufunnate stanno,

surde, stracque, ‘int’ o suonno e dint’ ‘a paglia:

e a stu suono sottile ‘o basso fanno…

VI

(Zampogna sola e coro ‘e zampogne)

Aiemmè! L’ammore è comm’ a na muntagna

e ce sta, coppa, n’arbero affatato:

rire chi maglie e chi scenne se lagna,

ca ‘o frutto culurito è mmelenato!

Ah, Ullèro, ullèro, ullà!

è comm’ a na muntagna…

E nun canta sta voce, aiemmè, se lagna!…

Ricordete, Marì! L’aria addurava,

ce ne ievemo sule a passe a passe;

e ce faceva luce e ce guardava

na luna che pareva ca penzasse…

Ah! Ullèro, ullèro, ullà!

Sta luna ce guardava…

Chi sa che lle pareva e a che penzava!

Torno p’ ‘a stessa via: ce paso a ll’ ora

ca ce passaie cu tte ll’urdema vota:

mme pare ‘a voce toia sentere ancora…

Ah! comm’ avota ‘o munno, ah, comm’ avota!…

E ullèro, ullèro, ullà!

Te chiamo: e ‘a miez’ ‘e fronne

ll’ eco, ll’ eco surtanto mme risponne…

D’ ‘e pedezzulle tuoie, nterra, ccà nnante

veco e canosco ‘o segno c’ aie lassato:

vicino a lloro, uh Dio, chiaro e lampante,

‘o segno ‘e n’ nati dduie ce sta stampato!…

Ah! Ullèro, ullèro, ullà!

Povero a me! So’ stato

pe n’ at’ ommo traduto e abbandunato!…

Tutto è venuto! C’ ‘a stagiona nova

lasseno ‘a casa vecchia ll’ aculei,

correno a n’ ata parte e fa’ la cova

e tu pure, tu pure e’ mise ‘e stelle!…

E ullèro, ullèro, ullà!…

L’ammore è na muntagna

rire chi maglie e chi scenne se lagna…

VII

E fennette ‘a canzona…

(E pareva c’ ‘o cielo, for’ ‘a grotta

se fosse fatto p’ ‘a piatà cchiù niro,

dint’ ‘a pace d’ ‘a notta.)

E fenette accussì, cu nu suspiro…

– E ghiate, ia’! – dicette

‘a cchiù longa e chi allora ciaramella –

E chesta è stata ‘a canzona curtese?!

Ne saccio una cchiù bella…

Iammo! ‘O viento ce sta. Se canta a stesa…

Cu sta malincunia

v’ ammusciate cchiù assai, cummara mia! –

VIII

(Ciaramella sola)

– Oi ma’, – dicetta a màmmema na vota –

io mme vurria nzurà: che nne dicite?

vurria truvà na femmena e na dota:

cunzigliateme vie ca vecchia site. –

Màmmema ‘a capa aizaie: mpont’ a nu dito

teneva ‘o ditaliello spertusato,

me metteva na pezza a nu vestito,

e ‘int’ ‘a pezza lassaie ll’ aco appezzato…

E dicette accusì:

Nda mbò! Ndì ndì!

Oro t’ha dda purtà, seta e velluto,

e pperne ‘e qualità, sfuse e nfelate,

nu cummò ‘e palisante auto e ghienguto

‘e panne lisce e panne arricamate.

Si è d’ ‘o pagghiese ‘a massaria nzerrata

addò nisciuno maie nun c’è trasuto:

si è de cità na bona annumenata,

n’arte ‘e mmane e nu parte canusciuto…

Canusciuto, guagliò!

Nda mbò! Nda mbò!

– E quann’ è chesto, oi ma’, – lle rispunnette –

sta nenna tale e quale rifurmata

comm’ ‘a vulite vuie, senza difette

e cu tanta virtù, l’aggio truvata.

Rosa se chiamma. ‘E pperne? ‘E ttene mmocca.

Ll’ oro? Songo ‘e capille anella anella.

‘O musso è comm’ a doie cerase a schiocca

‘E velluto so’  ll’uocchie… è bella! è bella!

è bella, è bella, oi ma’!

Nda mbò! Ndì ndà!…

E pe riguardo ‘a massaria…

IX

Fenette

tutta na vota ‘a museca. Sfiatate

zampogne, e ciaramelle

fennettero ‘e sunà. Pe nu mumento,

dint’ ‘o silenzio, a grotta

rummanette accusì:

po’ luntano sparaie n’ ùrtema botta,

e nu gallo cantaie: “Chicherichì!”.

“Chicherichì!” tante e tant’ ata galle

rispunnettero a ttuono.

L’organo d’ ‘a parrocchia ‘e ffunzione

nfra tanto accumpagnava

spannenno ‘o suono attuorno,

e già p’ ‘a strata ‘a gente cammenava.

Era Natale. E s’era fatto iuorno.

– Scetateve, scetateve, picciuotte!

Mannaie! Parte ‘o papore!

Susiteve ch’ è tarde: è fatto iuorno

e vuie dormite ancora!

Pigliateve ‘e zampogne,

ncapputtateve buone ascenno fora,

ca fa nu friddo ca fa zumpà ll’ogne! –

E, a ppoco a ppoco, ‘a grotta vummecaie

(parlanno cu rispetto)

quase na sittantina ‘e zampugnare.

Stunate ‘e cchiù figliule

steveno tutte quante…

Camminaveno arreto sule sule:

ieveno ‘e viecchie, accapputtate, nnante.

Mo s’ ‘e porta ‘o cummoglio: e sesca, e corre:

e case, arbere e sciumme

fiueno comm’ ‘o viento…

Nun parla cchiù nisciuno

mmiez’ ‘a fredda campagna;

ma pur ancora suspira quaccuno:

“Ammore, ca si’ comm’ a na muntagna…”.

Che gioia! Finalmente ci sono riuscito! Tanto tempo per trascriverla e stare attento a non sbagliare… ed ora è qui! La prima volta nella storia del web che questa bellissima canzone di Natale di Salvatore Di Giacomo viene pubblicata COMPLETA!

Che dire? La trovo struggente… meravigliosa… 🙂

Buon Natale a chi il Natale aspetta, e a chi canta canzoni d’amore!

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Madonna che silenzio che c’è stasera (Francesco Nuti DOCET)

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Everything I do I do for you… tratto da Bryan Adams

Naturalmente ho litigato con mia madre… motivo del contendere, un urlo che ho lanciato perché mi sono scottato un dito prendendo la padella rovente… da lì, un crescendo di insulti reciproci, sempre più violenti, conclusi con minacce di suicidio da parte sua… così mi disarma sempre… io non la posso perdere, perché mia madre è A VITA MIA, detta in napoletano… eppure brucio di rabbia, perché la vedo sempre più disperata, vinta, sconfitta, amareggiata… vorrei aiutarla, ma lei si richiude a riccio, dice che non si può cambiare, che la vita è questa… dice che per lei è meglio essere morta, che è tutta la vita che vuole morire… che nessuno l’ha mai amata…

Così ottiene sempre di farmi vergognare della mia stessa rabbia, della mia voglia di scuoterla, di aiutarla, di salvarla…

Ma come potrei salvarla, se non riesco a salvare neanche me stesso? Peso 119 chili, ne ho persi 28 e sono ancora un’oscena massa di grasso, un lardo ambulante, mi guardo e penso che una persona così orrenda come me è un’offesa alla vita, è indegna della vita perché disgusta con la sua vista chi lo guarda…

Non ho una donna, sono solo, ho 29 anni, che vuol dire trenta, che vuol dire essere adulti, che vuol dire essere vecchi… sono VERGINE, e non è una stupida commedia americana, è il veleno della mia esistenza… mi sono innamorato di tante donne, le ho corteggiate con tutto me stesso ma sono sempre e solo un cagnolino che corteggia il piede del suo padrone… i desideri carnali mi spingono all’autoerotismo, che mi ripugna… non ho mai viaggiato, mai preso l’aereo, sono sempre stato accanto ai miei genitori…

Mi hanno soffocato con le loro paure, con il loro amore protettivo… ma non li biasimo, non sputo nel piatto dove mangio, loro sono tutto quello che ho, loro mi amano… io vorrei sempre vederli felici, vederli sorridere, vederli fieri di me…

DIO MIO DIO MIO Perché MI HAI ABBANDONATO?

 

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Da quanto tempo…

Da quanto tempo non scrivevo qui… credevo che il blog si fosse ormai autodistrutto… e invece non consideravo che un blog è un’ancora e aquilone (metafora presa da Claudio Baglioni) lanciata nell’universo… chissà chi lo legge, chi ascolta, chi pensa… persone lontane, di altri mondi… ho visto che i miei ultimi post sono tristi… tristi perché non avevo una donna accanto a me. Non ne ho tutt’ora, ma per un breve periodo, tra il febbraio e l’aprile del 2012, ho avuto una relazione… breve, troppo, troppo breve… è durata il tempo di qualche bacio… ma sempre per me lei sarà il mio amore e il mio miracolo…

Ora ho ancora molte cose da fare… faccio abitualmente visite guidate e spettacoli teatrali di vario tipo… pochissimi incassi, ma tanti complimenti e attestati di merito, e questo mi fa molto bene!

In un anno, dalla fine di questo breve attimo di paradiso fino ad oggi, ho perso quasi 30 kg… e sono ancora molto molto grasso… ma continuerò a lottare, per dimagrire… ho finito tutti gli esami all’università, ma ho ancora da completare la tesi… e anche qui continuerò a lottare!

Ho parlato di politica, in passato, ma ora non mi va..

Se sono felice? No, perché ora so che si può essere felici solo accanto ad una compagna… oppure se il mondo ti stima sessualmente… 🙂

Però sono contento. Ed è già TANTO, credetemi.

 

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