Storia di un filologo ai tempi della crisi … Credevo di averlo già postato …

Ho deciso di pubblicare brani rari e belli che non si trovano facilmente sul web. Così saranno a disposizione di chi ama le belle storie.

Il mio giudizio è insindacabile 🙂

iniziamo con GIOVANNI ARPINO – L’ULTIMO ANGELO

Era l’ora della sigaretta. Poteva concedersene, a norma di regolamento, solo due al giorno, ma Tom era ormai un vecchio pilota, la sua ubbidienza alle regole aveva aggiunto il giusto limite di scontrosità. Inoltre, dopo la solita colazione a base di arrosto d’alghe, come non fumare almeno un paio di oneste “Gauloises” l’una in fila all’altra, quelle vere, contrabbandate, non la paglia fornita dal governo?
Accese, distendendosi in pace contro lo schienale imbottito del posto-comandi. Era abituato al silenzio, non ricordava neppur più i tempi in cui aveva superato lo choc che provoca l’assoluta assenza di rumori nel vuoto celeste. Anzi, il silenzio lo aiutava a pensare al cane, al fucile, alla palude, alla ragazza dell’autunno prossimo, quando in vacanza avrebbe potuto camminare, annusare, dormire senza pillole, masticar carne
autentica. Cane, fucile, ragazza, palude: niente da dire su quanto il governo riservava ai suoi piloti spaziali durante il periodo di riposo…

La luce che gli scoppiò negli occhi, improvvisa, per poco non gli fece bruciare le dita che sostenevano la sigaretta. Era un punto luminoso appena percettibile, però drittissimo davanti a lui nel monotono nero dei cieli.
Sembrava immobile, ma Tom sapeva che anche lui poteva risultare immobile alla fonte di quella luce, semmai essa lo stesse osservando…
Bestemmiò tra i denti, più di sorpresa che di paura. Era al suo settecentocinquantatreesimo viaggio, ormai un lupo, un anziano del reggimento delle guardie spaziali. Il suo lavoro consisteva in un centinaio di orbite da compiere lungo un settore al limite della galassia: “Siamo più che altro degli spazzini che vanno su e giù e neppure raccattano un bidone” s’era detto spesso, ed ecco che qualcosa si faceva vivo davanti a lui, per ora un punto di luce, ma tra poco, forse…

Settecentocinquantatré viaggi, quasi un record per una guardia spaziale: un
migliaio di altri suoi colleghi, con un migliaio di altri veicoli come il suo, da dieci anni pattugliavano ai limiti della galassia, e i loro diari di bordo, tutt’insieme, non contenevano una notizia degna del più stupido giornale di provincia. E adesso, a lui, proprio a lui, Tom Twain, quella luce davanti.
Staccò la guida automatica e si tenne pronto a compiere una leggera deviazione. O avrebbe fatto meglio a oscillare? A fermarsi? Sentì comunque che, mutando anche di pochissimo la rotta, avrebbe costretto quel “qualcosa” a inventare anche lui una mossa.
«Non fare il cretino, Tom» gli disse seccamente negli orecchi la voce del capitano Ivan Ilic dalla piattaforma spaziale sublunare.
« Non faccio il cretino. Mi chiamo Tom Twain, il mio veicolo porta il numero 2209/S, sono alla tredicesima orbita di questo pattugliamento e mentre tutti voi ve la spassate a due passi dalla base lunare, ho qui davanti una luce. Che faccio?»

Per un lunghissimo secondo sentì soltanto il lieve crepitio dell’apparecchio ricevente che gli ronzava nel cranio. Poi la voce del capitano, annoiata. « Senti, Twain, sei sicuro che non sia una “quasar”? Sai, uno di quegli oggetti luminosissimi, ma enormemente distanti, che si trovano negli spazi intergalattici?»
« Giuro di no s’arrabbiò subito Tom. Si muove, mi viene incontro. E poi l’apparecchio per gli ultravioletti non l’ha ancora segnalata, come fa sempre con le “quasars”. Che faccio, capitano?»
« Hai captato radio-onde? Sai che le “quasars”…»
« Le dico di no, capitano Ilic. Niente radio-onde. Lo so anch’io che le “quasars” si rivelano così.»
« Senti, Twain, se vuoi scherzare…»
« Macché scherzo! Lo interruppe furioso Tom. Adesso la luce si è molto avvicinata. Senta, capitano, io direi di deviare di due gradi, almeno per capire se sono stato avvistato. D’accordo?» « Dico, Tom… Ah, certo, generale. Aspetta, Tom, ti passo il generale Custer…»

Ma qui il crepitio della radio cessò. Perduto il contatto, Tom quasi ebbe un respiro di sollievo. Non si fidava affatto di quei professorucoli a due metri dalla luna, capacissimi di pescarti un buon whisky di contrabbando durante le loro maledette ispezioni, ma del tutto inutili in situazioni di emergenza.
Deviò piegando appena e raddrizzandosi quando vide apparire nell’angolo dell’occhio le tracce luminose della sua scia. Subito anche la luce davanti piegò, riprendendo poi posizione, dritta di fronte al suo naso. Come se la manovra che ho fatto me la fossi vista riflessa in uno specchio, pensò Tom Twain: e allora dato che lo specchio non c’è, quel qualcosa esiste, mi ha avvistato, è deciso a coordinarsi secondo quel che faccio io, e più o meno ci si troverà a due passi, tra poco.

Il lieve sudore che gli colava sulle palpebre non poteva essere più fastidioso. Tra un minuto al massimo saremo muso a muso, riuscì a connettere Tom: e allora?
Senza accorgersene, provò a scuotere l’apparecchio radio. Inservibile davvero. Chissà quel generale Custer alla piattaforma spaziale…
E Tom Twain immaginò lo stato di pre-allarme, l’ordine di tenersi pronti impartito ai piloti dei grandi missili-protettori, che avrebbero potuto raggiungerlo in brevissimo tempo. Ma tutto questo gli si appannava nel cervello come ghirigori insignificanti, la sua attenzione era ormai concentrata sul punto luminoso che ingrandiva, sfumando nei contorni. Una
palla di gas, ecco cosa sembrava, e procedeva silenziosa, a fatica forzando il nero compatto dei cieli, via via rendendo più solido il suo bagliore.

Basta, s’accasciò di colpo Tom, arrestando il motore, e lì fermo, con due grosse lacrime di sudore che gli scendevano lungo il naso, rimase a guardare.
Anche quella luce parve improvvisamente arrestarsi, oscillò, ora il suo fuoco gassoso roteava su se stesso, come punta impegnata a trapanare il buio. Poi riprese la corsa. Tom si asciugò con rabbia la fronte e le palpebre, sentendosi prigioniero del calore che gli ribolliva dentro la tuta. Gli stracci di pensieri che gli ingolfavano il cranio non potevano essergli di aiuto.
Con uno sforzo enorme di concentrazione, riuscì a trarre un lungo respiro e insieme ad alleggerirsi d’ogni inutile congettura. Si lasciò andare contro il sedile, in attesa.
« Sono Michele.» disse la voce, sillabando. Una carezza di voce, ma che gli
si rigirò nel sangue aumentandone il calore fino a renderlo insopportabile.
«Michele. Michele che ti sta parlando.» ripeté la voce.
Veniva da dentro di lui, dal suo stesso corpo, scendendogli dal cervello, eppure suonava alta, chiara, esterna, come se lui e quell’altro stessero pacificamente parlando, soli, su una spiaggia deserta.

« Rispondi a me che ti chiamo. Rispondi a Michele » accarezzò ancora la voce. Sembrava ridesse, tant’era lieta, precisa, concretamente vicina e di conforto. Ma invano Tom Twain cercò di schiudere le labbra disseccate.
« Così come mi vedi, ti sono amico. Sono incapace di male. Dimmi il tuo nome invitò la voce. « Non sono onnisciente. Posso parlarti, farmi udire da te, ma non posso sapere chi sei. Dimmi se sei uomo o altra specie. »
« Uomo. Sì.» Tom Twain sillabò finalmente tra i denti: « il mio nome. Tom Twain. E già: sono un uomo.»
« Dio sia ringraziato e possa accoglierti in gloria. Io sono Michele, uno dei suoi arcangeli. Non credevo più di riuscire in questa impresa, e incontrare l’uomo. Da migliaia di anni giro i cieli, e oggi ho raggiunto questa gioia » rise la voce apertamente e il colore di quella luce davanti al muso del suo veicolo parve a Tom accendersi ancora di più.
Devo parlare con la base, devo parlare col capitano, col generale, devono togliermi subito di qui, si perdeva Tom in mille convulsioni mentali.

Ma: « Non fare così» disse la voce: « Tu hai paura. T’ho avvertito, sono incapace di male. Perché hai paura? Se sei un uomo, non devi temere Michele.»
Poi non parlò più, rise. Una vera risata, dolce, tranquilla, felice, che scese nel cervello di Tom con la pressione leggera d’un massaggio, al quale Tom soggiacque per poi riuscirne più teso e raggrinzito di prima.
«Sì, sento che hai paura. Ma sei solo, non puoi comunicare coi tuoi, gli strumenti della tua macchina non funzionano più. Colpa mia. La mia luce è troppo potente, se ti sto vicino i tuoi comandi non ti obbediscono. Puoi provare.»
Meccanicamente Tom schiacciò qualche pulsante, che cedette invano sotto le dita.
« Vedi? Ora possiamo, noi due…»
« Via, via» urlò Tom di colpo, preso alla gola dal terrore: « Via o ti ammazzo. Giuro che t’ammazzo!»
Il riso della voce si spense in un leggero sospiro.
« Sei proprio un uomo, povero Tom Twain. rispose infine: « Non sai dire altro. Calmati, invece. Vuoi vedermi? Vuoi che ti dimostri il mio amore con una vera presenza? Io sono fatto di luce, ma se lo desideri posso assumere una forma, per aiutarti a capire…»
« No, no!» urlò Tom coprendosi gli occhi: « Va’ fuori dei piedi, va’ via.
Non voglio vedere niente!»
La voce non rispose subito. Quando Tom osò scoprirsi gli occhi, vide che il globo luminoso davanti a lui appariva ancora fermo, ma come rimpicciolito, senza più i vaghi contorni gassosi di prima. Il buio celeste gli si era addensato attorno, pesante, quasi tentasse di limitare la sua sfera di luce.

« Mi fai male.» disse allora la voce: « Vedi che mi fai perdere le forze?
Se seguiti a parlarmi in quel modo, sarò costretto ad allontanarmi. Ti prego, non rispondere subito, ascoltami: è da tanto che ti cerco, che desidero parlarti. T’ho invocato e inseguito per troppo tempo. Sono uno degli ultimi angeli che il Creatore invia ancora nei cieli. Le nostre
imprese, i nostri viaggi, stanno per terminare. Sii buono, non respingermi.
Se anch’io fallisco, non viaggerò più, e resterò con gli altri angeli nel Regno, in gloria di Dio, sì, ma senza di voi, che avreste dovuto essere i nostri fratelli…»
Tom guardava, ascoltava, ma con le ultime forze cercava disperatamente di raggiungere al fondo di una tasca le pillole energetiche.
Sentiva tra le dita il tubetto, ma non riusciva ancora a stringerlo. Sì. la pillola era quello che gli ci voleva, una scarica d’ottimismo capace di farlo uscire da quell’allucinazione o di dargli la forza per sbatter via quel coso.
Tendendo i nervi, riuscì finalmente a stringere nel palmo guantato il tubetto e tirarlo fuori. Ora non gli restava che aprirlo e inghiottire, ma la luce davanti a lui sembrava avesse la forza di rallentare ogni suo movimento, di annebbiargli ogni spinta interna.
Mi chiamo Tom Twain, il mio veicolo ha il numero 2209/S, questa è la tredicesima orbita del mio settecentocinquantatreesimo viaggio di pattugliamento interplanetario…, cercò di ripetersi nella mente, una parola dopo l’altra, per riacquistare padronanza nervosa: fa’ solo che
inghiotta questa pillola, Michele, o coso che tu sia, e ti faccio vedere…

« Non sei gentile.» riprese la voce, ma come fatta più stanca: « Perché non parli? Dovresti essere felice di incontrare il tuo angelo. Potrei essere un buon Custode per te. Perché non mi parli della tua vita, dei tuoi mali, della tua famiglia? Abbiamo tanto tempo…»
« Non ho famiglia, ma che roba dici» sghignazzò Tom svitando il tubetto: « Per chi mi hai preso? per un miliardario?»
« Come?» interrogò la voce.
« Ma piantala» riuscì furiosamente a esprimersi Tom Twain: « Dovresti saperlo, se dici di essere quel che sei. Famiglia! Roba che per averla bisogna essere straricchi da tre generazioni. Sì, sì, ce ne sono ancora, ma vuoi mettere che lusso? Oggigiorno, grazie al cielo se nasci con la
fiala…»
« Ma tu bestemmi!» s’accorò la voce, dolorosa. « Tu, uomo, tu Tom Twain, che hai vinto i mostri, il fuoco, il gelo degli spazi, dei pianeti, tu vuoi prenderti gioco di me, angelo del Creatore…»
« Senti, Michele o che diavolo sei» reagì Tom: «Hai visto cosa ho fatto adesso? Ho inghiottito un energetico, un affare che farebbe ridere anche un pollo infilato allo spiedo… Dammi retta, fila via, non fidarti della mia pazienza…»

« Dio di misericordia, aiutami» implorò la voce: « E tu, Tom Twain, sii buono. Hai tante cose da spiegarmi. Nessuno sa più niente di voi uomini.
Perché avete voluto essere abbandonati? E perché non vuoi vedermi? Se mi vedessi…»
« Se ti muovi, sparo. Giuro che sparo» urlò Tom, ma con una freddezza nuova: « Non voglio vedere il tuo muso, l’hai capito? Me ne frego di te, che tu sia Michele di nome o Balordo di cognome! Togliti di mezzo…»
« Non ti capisco» lamentò la voce: « Perché non mi ami? Dovresti potermi amare…»
« Ci sarà stato uno sbaglio nel motore» rise Tom, elettrico, già godendo dei benefici dell’energetico.
« Devo essere anche sfortunato. Non posso credere che gli uomini siano tutti come te» sospirò la voce.
« Senti, io sono dei meglio. Nessun debito, mai una grana, la mia strada e basta. Un altro al posto mio ti avrebbe già messo due missili in pancia.
Sempre stato un fesso, io. Ma ora: fila!» fu la risposta.
« Va bene, Tom Twain, sia fatta la tua volontà. Però io posso dimostrarmi in altro modo, se ancora lo desideri. Tu chiedi, tu pretendi: ti offrirò il miracolo. E allora… »

« Il miracolo sarebbe che sparissi da lì davanti. Oppure: farmi avere l’età di un aspirante-pilota e la pensione di un generale. Ti va?»
« Ah, Tom, sei troppo mortale» pianse la voce, incrinandosi tra ogni sillaba come quella di un bambino: « Io non ti so parlare, non so esprimermi, non so vincerti. Che Iddio possa perdonarmi, è mia la colpa… »
« E adesso cosa ti piglia? Piangi? » stupì Tom: « Bravo. Veder piangere m’ha sempre divertito. E poi basta: abbiamo sprecato troppo tempo.»
« Addio, Tom, se è questo che desideri» disse la voce in un soffio: « Vado. Però non posso lasciarti senza una benedizione. Accettala. Ora guarda e ricorda! »
Il globo luminoso parve accendersi ancora di più, riacquistando i suoi vaghi contorni. Fu un attimo: perché appena l’immensa mano azzurrina trasparente apparve in morbido cenno di saluto e d’affetto come chioma d’albero infinito spinto a scalare e toccare gli spazi neri del cielo,
Tom Twain urlando pazzo di rabbia e terrore schiacciò il doppio pulsante dei missili.

Il veicolo ebbe un sobbalzo violentissimo, il globo luminoso fu di colpo lontano, ben più avanti delle misere scie lumacose dei proiettili che cercavano d’inseguirlo.
In un batter di ciglia risultò inghiottito dal buio.
Ora non riusciva più a frenare lo stridore dei denti, a vincere l’onda di gelo che gli invadeva le vene, gli intestini. Ora era l’altra faccia della paura a mostrarsi, e nel silenzio troppo vasto Tom Twain sentì contro il palato la lingua diventata secca come un sughero.
« Idiota… Pezzo d’idiota…» strepitava forsennata la voce del capitano Ivan Ilic nell’apparecchio radio: « Contro chi hai scaricato i missili? Lo sai quanto costano? Sotto processo ti mando, ti farò marcire in galera…
Rispondi, imbecille… Twain, ti faccio abbattere se non rispondi…»
Ma Tom Twain non poteva rispondere. Piangeva. Con la fronte sul quadro dei comandi, non osando più guardare, muoversi, le vene gelate come di pietra, non riuscendo ad aggrapparsi a un pensiero costruito e comune, singhiozzava a bocca aperta il suo lamento d’animale, comprimendosi lo stomaco, in pena e dannazione eterne.

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