La Circe di Julia Augusta Webster

Continua il mio lavoro di trascrizione di brani rari e preziosi… credo che nessuno abbia mai pubblicato questa poesia online in lingua italiana.

Forse mi sbaglio… Forse sono solo un illuso a sperare che qualcuno lo leggerà e troverà utile questa pagina…

Ma io ci provo. Come scrisse Tiziano Sclavi “Non so se c’è un futuro, ma volando io lo sfido!”
Julia Augusta Webster
Circe

Il sole si tutta nel tramonto incandescente;
l’oscurità ha teso le sue braccia per tirarlo giù
anzitempo, senza aspettarlo come è solita fare
pazientemente, al di là del mare;
le onde lisce incupiscono nel buio
e minacciosa indossa una purpurea veste; via via
la distesa delle acque ondeggia, e pare alzarsi
convessa dal suo livello in costa;
e sordo un brontolio di tuono serpeggia sulla riva:
ci sarà infine un uragano, splendido uragano!
E benvenuto sia, questo uragano, mi squarci i pergolati,
disperda come polvere le mie rose fiorite,
schianti stridendo i rami, rovesci a terra
le vigne rigogliose coi loro acini acerbi tinti di fresco,
piccole ametiste tondeggianti, berilli inanellati
in tumultuosi grappoli; sazi pure il suo avido
rancore fra i miei pini più belli,
quelli che là tondeggiano immoti contro il cielo
che forma laghi blu fra i ciuffi tetri;
dai miei pendii di argentei ulivi saccheggi pure
un di quei re canuti, con quei suoi arti fantastici e nodosi
che indossano selvatiche armature di mille anni antiche;
scagli pure alta sulle mie coste in fiore
la sua onda nemica, a lacerarsi sulla povera zolla,
a trascinarla giù per i pendii, a turbinare la sua schiuma
sulle mie terrazze, a squassare i loro blocchi massicci
di marmo rilucenti in ammassi rovesciati a far
palude salmastra dei miei muscosi ed intricati labirinti,
dove fiorellini odorosi sbocciano come stelle
sparse a tappeto sulla via lattea.
Che importa? Venga, venga pure a portarmi un mutamento,
qualcosa che spezzi questa monotonia dolce alla nausea.
Mi estenua questa lunga calma luminosa.
Sempre lo stesso cielo blu, sempre il mare
lo stesso blu perfetta immagine del cielo,
una rosa incontrerà quell’altra che è svanita,
l’aurora di domani gemellerà quella di ieri;
e ogni notte grilli incessanti, a cantare
la stessa prolungata gioia e tarde nenie di uccelli
a ripetere la loro nenia per tutto il mese uguale.
Piccole creste sciabordanti, con ritmo costante,
rigurgitano il loro carico a cantilena fra gli scogli;
ogni crepuscolo porta la stessa languida trance
sulle colline ombrose, e per i campi
le ondate di lucciole fanno lo stesso andirivieni,
rendendo quei lampi di luce e quel trambusto
un fastidio, come scorrere di spola nel telaio.
Datemi un mutamento. Deve per forza essere la vita
tutto dolce mieloso, pappa di neonato?
E se il mio cuore è destinato a vivere sopito
in un silenzio di assolata stagnazione, datemi allora
qualcosa da fuori, che mi sconvolga; lasciate che
l’uragano strazi questa bellezza indolente, lasciate che
cada abbattuta ai piedi di appassionate raffiche
e poi, domani, si risvegli esultante
a nuova vita; lasciate che io veda, almeno, gioia sottile
di angosce ed illusioni, di mutamento e di sviluppo.
Che destino è questo mio? In remota distanza da pene
e paure e tumulti dell’ostico mondo
io vivo, come un dio solitario, in un’isola incantata
dove sono la prima e l’unica; e visto che son tale
da preferire velenose spezie all’idromele,
desidero tempesta, sono stanca di quiete,
di questa divina assenza di pensieri e cure!
Povera me, che sono donna, non un dio;
sì, è così, persino queste ninfe che mi assistono
lo sono più di me, con le loro anime di fiore e di uccello
che cantano e fioriscono immortali.
Povera me! Costoro amano un giorno e poi ridono ancora,
e amando e ridendo trovano appagamento;
ma io di quella pace nulla so, e non ho amato mai.
Dov’è il mio amore? Qualcuno mi reclama
senza sapere chi chiama? La sua anima brama
che la mia gli cresca accanto, che gli cresca dentro?
Implora costui gli dei di fargli avere me,
l’unica, la rara, sconosciuta donna al cui fianco
nessuna altra donna, pur tre volte bella,
potrebbe mai parergli tanto degna; della cui voce, sentita
modulare pur ordinari toni, nessun suono
gli farebbe musica migliore: non il più dolce
sono d’amore intonato su argentei liuti,
non canto d’Apollo, di quelli che gli dei
impallidire fanno di piacere. Una che, se
l’avrà trovata, toglierà senso al suo cercare.
Oh amore, amore, amore, ancora non sei
uscito dall’ombra dell’attesa fuori alla vita?
Ancora non arrivi, dopo così lunghi anni
che per te sospiro? Vieni! io sono qui.
Ancora no, non ancora. Sentirei per certo almeno
un’eco della sua risposta lontana, se adesso al mondo
mi stese cercando, lui che mi cercherà – oh dei,
non mi cercherà? Un sogno è tutto questo?
Saranno sempre e solo bestie, questi bestiali ceffi
che mi guazzano nel porcile, deformano i loro
grugni fra le piante, o stanno in stalle e chiusi
a sgranocchiare, sgraffignare, grugnire dietro i cannicci;
‘sti cosi, chi crederebbe mai che fossero prima umani?
Ma no, lui arriverà. Perché mai son così bella
e di mente così fine, dotata di uno sguardo
che illumina d’un lampo le cose più nascoste,
come vedono gli dei, anche senza guardare?
Perché i miei occhi indossano potere più potente
del basilisco, il cui sguardo uccidere può solo,
per attirarmi anime di uomini, a vivere o a morire
secondo il mio volere? Perché ho un tale orgoglio
in dote, che tuttavia vuol essere spezzato?
E questo sprezzo, crudele e risentito, per i maschi
inferiori, che incrociano i sorrisi miei, sprecati
in sua mancanza, e se ne illudono pure? Perché son io
quella che sono? Certo per lui, che un giorno il fato
manderà per esser totalmente mio signore, per prendere me,
il desiderio di tutti, che solo lui potrebbe
mai costringere a inchinarsi.
Oh splendore solare di biondi capelli luminosi,
chiari come le trame impalpabili delle dorate stoffe
per me tessute; oh profondi occhi,
più scuri e vellutati del più crepuscolare blu
dei petali di viola d’agosto, scuri e profondi come
il cristallo insondabile dei laghi nei meriggi estivi;
oh sorriso dolce e triste di desiderio colmo; oh labbra
che tentano il mio più vero io al bacio; oh dolce curva
delle gote, tenere e radiose del pallido rossore
di corallo levigato; viso di amabilità perfetta,
che ricambi il mio sguardo da questo specchio d’acqua pura;
meraviglia di spalle lisce, di braccia e gambe cesellate;
sarebbe forse giusto che io ti amassi così come ti amo,
e godessi di una raffinata gioia nel guardarti
in tutti e cento i mutamenti dell’andar del giorno,
non fosse che io ti amo per lui, in attesa del suo arrivo,
non fosse che la mia bellezza soltanto nel suo amore trova senso?
Oh guarda! una macchia su questo lato del sole,
si avvicina – sì, si avvicina con il montare del vento,
il vento che sfilaccia gli orli ai foschi ammassi nuvolosi,
e fra poco verrà fuori di un balzo, a inzaccherare
il cielo di oscurità incalzante, a infrangere contro
gli astri montagne d’onde sibilanti.
Mi porterà, quella macchiolina scura, un rottame orripilante
intrappolato nelle onde, sbattuto, scagliato impotente
di cresta in cresta, lo porterà di notte
con quel frastuono dissonante sulla spiaggia
con le grida d’aiuto, le grida di paura e speranza.
E poi, l’indomani, tutti pensierosi
con voci gravi e solenni, a fare la lista dei pericoli corsi,
a ringraziare gli dei di averli tenuti in vita
a raccontare di mogli e madri rimaste nelle case,
e figli, che avrebbero così grave perdita
da portarli al pianto (e forse piangerò anch’io)
pensando a tutti i pianti se mai fossero morti.
E il giorno seguente ancora si sentiranno a loro agio,
saran tutti melliflui sospiri di contento, o risa euforiche,
nell’assaporare le delizie di baldoria e di riposo,
musiche e profumi, giubilo per gli occhi
di rosei volti e sfarzi sontuosi,
l’aroma del banchetto e i caldi bagliori
fragranti della coppa di vino; converseranno
di come bello sia trovar riparo fra mura di palazzi
via da tempeste e lotte, e di qual fortuna
depose la loro buona nave sulla nostra costa dirupata.
Poi, il giorno seguente, si sveglieranno in loro le bestie,
chi farà a botte e battibecchi, chi si gonfierà
di boria tronfia, chi beffardo e gigione
si esibirà in dispetti da scimmione, chi si riempirà la manica
di rubacchiati botti, chi sgraffignerà rubini
dai castoni dei calici quando passan vicini;
chi darà di matto riscaldato dal vino,
chi inebetirà nell’indolenza,
chi sarà infoiato, chi goloso;
mi prenderà il disgusto, mi faranno tutti schifo.
Oh la mia coppa preziosa! La mia coppa cristallina e pura,
senza minima ombra di colore ad alterare
l’ingresso della luce, né pecca alcuna a deviarne il corso!
La mia coppa della Verità! Come rideranno quegli idioti
senza speranza, e mi ringrazieranno del favore, come gli donassi
uno sprazzo istantaneo della gioia divina,
bere dove io ho bevuto e toccare con le labbra loro
il toco delle mie! Ma sì, lasciamoli toccare.
E sarei troppo crudele? Le stupide bestie
che intorno a me si ammassano come gli passo accanto
mi guardano in cagnesco e, certo ancora amandomi
(con quel misero amore di cui sono capaci),
concentrano nei loro umidi occhi rancore e vendetta
per spaventarmi e ottenere clemenza, o mi strisciano
accanto con moine penose, con supplichevoli belati.
Troppo crudele? Ho scelto forse io che fossero quel che sono?
Li ho estraniati io da se stessi con velenosi incanti?
No: ogni sorso dalla mia coppa, fosse acqua pura
o vino genuino, li rivelava a se stessi
e gli uni agli altri. Mutamento? nessun mutamento;
solo un dileguarsi del travestimento, improvviso:
e ci fosse stato un solo uomo vero fra di loro
avrebbe bevuto il sorso come l’ho bevuto io
e sarebbe rimasto lì piantato, illeso, a fissarmi
dritto negli occhi, mandando me in confusione al suo cospetto.
Ma questi così – perché? chi fra loro ha mostrato mai
natura meno miserabile e bestiale? Puah, lupi uggiolanti
e gatti selvatici, spietati e furtivi, cani bastardi e scimmioni,
suini ingordi e striscianti serpi velenose,
tutti esseri bruti, infidi e rapaci e carnali,
vergogna della Terra che li ha partoriti: ecco cosa sono.
Guarda! guarda quel brivido azzurro che saetta
per la metà del cielo, e le sottili forche di fuoco
che colpiscono il mare: e ascolta, la voce improvvisa
che corre fra le piante prima dell’uragano,
e il fremito dei rami. Eppure intorno a loro
il cielo ancora blu si staglia, e le prime stelle
scintillano sopra le cime dei pini; e l’aria qui d’intorno
mi avvolge in una stretta languida e ferma.
Un altro scoppio di fiamma – e la macchia nera
appare nel bagliore, sferzata in avanti. Meglio
che faccia preparare per i nostri ospiti stanotte.

 

 

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